Monthly Archives: marzo 2011

Nessuno (o quasi) si senta escluso

Qualche giorno fa, leggendo questo articolo, ho pensato che il problema della chiusura della nostra economia è solo una delle diverse facce di una società che in molte sue componenti ha sempre dato (o sta dando negli ultimi anni) la peggior prova di sè.

Niente di nuovo, per carità, ma come non fare il parallelo con una politica sempre più autoreferenziale (parola ormai abusata; ma chissà perchè?) e chiusa al cambiamento dei propri “assetti proprietari” (forse si potrebbero anche evitare, le virgolette); e questo anche, se non soprattutto, a sinistra. Oppure, saltando di palo in frasca, come non pensare alla chiusura verso lo straniero di certe parti politiche e sociali. E ancora, che vogliamo dire di un mondo delle professioni ancora fortemente imperniato/arroccato sugli ordini, con la scusa della garanzia della qualità delle prestazioni? E si potrebbe continuare ancora un bel pò con altri esempi.

La verità è che non è solo la nostra economia a soffrire di nanismo, ma tutta la nostra società, e il bello è che troppo spesso ce ne facciamo pure un vanto. Tutti, su scala macro e micro, a difendere il proprio orticello per paura di perdere quel poco o tanto potere conquistato. Il risultato è un paese sempre più vecchio e alla deriva. Evviva l’italianità!

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Figuranti prezzolati

C’è chi diventa “responsabile” in parlamento in cambio del pagamento di un mutuo e/o di un posto al governo (al fin fine di prebende trattasi). C’è, sempre in parlamento, chi ritorna alla casa madre in cambio di … E c’è chi va in televisione per cantare le lodi di B e della ricostruzione aquilana (sigh!) in cambio di euro trecento.

Lancio una petizione online: chi preferite dei prezzolati di cui sopra?

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Pedagogia della lumaca o … pedagogia del gambero

Oggi sono civatiano più che mai

va be’, sono solo slogan ma meglio che niente, appunto. A proposito, quale sarà il prossimo, anzi la prossima fermata?

La tela del ragno

In questi tempi tristi e grami, è tutto un proliferare di petizioni on e off-line, di appelli, di mobilitazioni se-non-ora-quando. In altre parole c’è un gran darsi da fare con slogan e posizioni di principio. Per carità, intendiamoci, vanno benissimo anche queste, molte sono condivisibili. Sono un atto dovuto.

Ma a volte mi sembra che il dibattito politico-culturale si risolva solo a questo, a delle semplificazioni eccessive e, nelle ipotesi peggiori, a banalizzazioni. Il nostro modo di parlare, di discutere della vita pubblica è sempre più simile ad un mercato dove nessuno ascolta, tutti urlano e alla fine si fa solo una gran confusione. La parola d’ordine è diventata facimm’ ammuina.

Siamo sempre molto critici nei confronti della (sotto)cultura televisiva di matrice commerciale, del modello impersonato da B in questi ultimi venti anni, delle sue sparate propagandistiche a cui non segue nulla, delle stupidaggini leghiste. Però mi chiedo: non è che, per caso, anche noi, gli illuminati, i progressisti, quelli che dovrebbero pensare, ascoltare, avere idee e tutte quelle altre belle cose lì, non che anche noi siamo rimasti intrappolati nella tela del ragno e nemmeno ce ne siamo accorti?

Secondo me, stiamo malamente barattando la necessità di sintesi con il desiderio di semplificazioni.

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Quello strano dibattito intorno all’atomo – lavoce.info

La sinistra che vorrei

Forse Daniel Cohn-Bendit forza eccessivamente alcune argomentazioni a favore dell’intervento militare in Libia, ma la sua intervista di oggi a “La Repubblica” mi sembra condivisibile e, soprattutto, realistica.

 

Lungo, denso e bellissimo

E chi ha voglia di pensare, capire, inventare – e migliorare il mondo – raramente ha avuto tempi più fertili.L. Sofri

Un bellissimo post di Luca Sofri. Merita di “perderci” 1/4 d’ora del proprio tempo.

A volte non capisco

Perchè se qualcuno cerca, tra mille fatiche e mille difficoltà, di organizzare qualche iniziativa di pubblico interesse (o che almeno, in buona fede, viene pensata come tale) o, più semplicemente, di discutere in modo aperto e non solo per slogan, le uniche reazioni sono le levate di scudi basate sui personalismi, sulle appartenenze a gruppi, gruppetti e gruppuscoli molto simili a tribù, sulla difesa di uno status quo e sul disconoscimento, si badi bene, non delle ragioni dell’altro, ma dell’altro in quanto tale?

Mi è piaciuto fin dal primo momento l’idea, ormai di un anno fa, di Pippo Civati di andare oltre. E se tutti noi che ci diciamo di sinistra, progressisti etc etc facessimo uno sforzo e iniziassimo almeno ad ascoltarci senza sospetti e senza fare dietrologia? Chissà che non ne venga fuori qualche idea.

Chi l’avrebbe mai detto

Passata la sbornia delle celebrazioni -per carità, sacrosante e dovute- per il 150mo dell’Unità d’Italia, a mente fredda qualche dubbio mi viene ed è ben rappresentato da Metilparaben. Che siano i dubbi di qualche inguaribile nostalgico che fa sempre più fatica a muoversi in questo casino che è diventata la politica in Italia?