La tela del ragno

In questi tempi tristi e grami, è tutto un proliferare di petizioni on e off-line, di appelli, di mobilitazioni se-non-ora-quando. In altre parole c’è un gran darsi da fare con slogan e posizioni di principio. Per carità, intendiamoci, vanno benissimo anche queste, molte sono condivisibili. Sono un atto dovuto.

Ma a volte mi sembra che il dibattito politico-culturale si risolva solo a questo, a delle semplificazioni eccessive e, nelle ipotesi peggiori, a banalizzazioni. Il nostro modo di parlare, di discutere della vita pubblica è sempre più simile ad un mercato dove nessuno ascolta, tutti urlano e alla fine si fa solo una gran confusione. La parola d’ordine è diventata facimm’ ammuina.

Siamo sempre molto critici nei confronti della (sotto)cultura televisiva di matrice commerciale, del modello impersonato da B in questi ultimi venti anni, delle sue sparate propagandistiche a cui non segue nulla, delle stupidaggini leghiste. Però mi chiedo: non è che, per caso, anche noi, gli illuminati, i progressisti, quelli che dovrebbero pensare, ascoltare, avere idee e tutte quelle altre belle cose lì, non che anche noi siamo rimasti intrappolati nella tela del ragno e nemmeno ce ne siamo accorti?

Secondo me, stiamo malamente barattando la necessità di sintesi con il desiderio di semplificazioni.

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