Monthly Archives: giugno 2011

Mmmah …

Da quanto ho capito (e casomai qualcosa mi sfugge) leggendo questo e questo, mi chiedo, anche semplicisticamente, lo ammetto, se il problema siano i i test INVALSI o chi al Ministero (Gelmini capintesta) sono chiamati a gestirli.

Quello che più mi spaventa, come genitore e come cittadino, non è l’introduzione di uno dei tanti possibili e migliorabili strumenti di valutazione, quanto sapere che la scuola e le cosiddette riforme epocali (sì, buonanotte) siano in mano ad una manica di incapaci. Ma tanto lo sappiamo: la testa della nuova scuola gelminiana è in via XX settembre e non in v.le Trastevere; e non è per niente una consolazione …

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E’ difficile, ma si può fare

“Non credo che privatizzare sempre e comunque sia sensato; la stessa dieta potrebbe non funzionare per tutti. Ma occorre una serena riflessione, aperta e senza pregiudizi sui confini opportuni tra pubblico e privato. Senza disperdere risorse, senza ideologie e preconcetti, per fare meglio quello che il comune deve fare.”  C. Scarpa – Lavoce.info

Ecco, anche se dopo l’esito degli ultimi referendum tutto sarà molto più difficile (perché, ricordiamocelo, i quesiti “sull’acqua pubblica” avranno effetti anche su una serie di altri servizi pubblici), credo che tutti i Comuni debbano iniziare ad affrontare la questione di fondo: ha senso oggi mantenere quote di partecipazione, e quindi risorse finanziarie immobilizzate, in imprese che, come tutte le imprese, comportano una serie di competenze e di rischi che forse un Comune non ha (le competenze) e non può e non deve più permettersi (i rischi)?

Anche nella cittadina dove vivo abbiamo 3 aziende partecipate dal Comune che, nonostante i positivi sforzi degli ultimi due anni, proprio non brillano dal punto di vista “aziendale” e che costituiscono una eredità di scelte politiche fatte da altri. Mi chiedo: ha senso continuare a “subire” scelte altrui, peraltro ai tempi criticate, mettendo pezze più o meno colorate per garantirne la sopravvivenza, al massimo ragionando solo su cosa fare di una partecipata piuttosto che dell’altra senza una visione d’insieme, una strategia che tenga conto dei sempre più stringenti vincoli di finanza pubblica locale e di cosa significhi gestire una servizio pubblico nel contesto specifico in cui esso viene offerto e utilizzato dalla comunità?

E’ possibile che una riflessione del genere, calata nelle situazioni concrete, confermi la bontà dello status quo. Può darsi (e non lo dico retoricamente, davvero). Può darsi anche di no.  A prescindere da quale possa essere il punto di arrivo e se questo ci piacerà o meno, mi sembra comunque fondamentale iniziare ad approfondire il tema senza demagogia e senza tesi preconfezionate da dimostrare. Gli anni ’60 furono gli anni delle nazionalizzazioni sull’onda dei “fallimenti del mercato”, poi vennero la Thatcher e Reagan con il liberismo e le privatizzazioni sfrenate degli anni ’80 e ’90 (i “fallimenti del pubblico”); le municipalizzate e le loro derivazioni hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella definizione e nella gestione delle politiche sociali ed economiche locali  del XX secolo. E adesso che si fa? Vogliamo semplicemente ripercorrere, acriticamente e senza tener conto di come il mondo intorno a noi sia cambiato radicalmente, strade già percorse, che avevano un senso in determinati momenti storici, ma che oggi forse andrebbero rilette, reinterpetate, aggiornate e ripensate?

Corrado Guzzanti e i referendum

Una considerazione sconsolata

Nei giorni scorsi si è scatenata una mezza bagarre via email all’interno di un gruppo di discussione a proposito di insegnanti fannulloni, tagli alla scuola pubblica, richieste di “volontariato” ai suddetti insegnanti fannulloni, etc etc etc. La cosa a mio parere più carina è stata che colui che aveva lanciato la provocazione (che riassumo così: le insegnanti dovrebbero smettere di lamentarsi, dovrebbero rimboccarsi le maniche e fare ore aggiuntive non pagate), una volta visto che le risposte non erano proprio favorevoli – e d’altra parte voglio pure vedere-, ha pensato bene di mandarci tutti a quel paese sostenendo che fosse un insulto all’intelligenza che persone -gli insegnanti che erano intervenute nella discussione- che hanno due mesi di ferie all’anno si lamentassero. Fine delle comunicazioni.

Di fronte ad un simile comportamento, la mia prima reazione è stata di irritazione, tipo: eccone un altro (“il provocatore”) che se non la pensi come lui, ti sputa in faccia e se va. D’altra parte adesso mi viene da pensare che, forse, dobbiamo anche trovare il modo di interloquire e farci capire non da chi già ci capisce (convincere di una tesi chi già ne è convinto non serve a niente, se non a consolarci), ma principalmente da chi finora non ha capito, non sa, fa finta di non capire e non sapere. Altrimenti saremo sempre i soliti quattro gatti a suonarcela e cantarcela. E la scuola non merita di essere trattata da quattro gatti e maltrattata da un’orda di lupi famelici affamati di preconcetti, generalizzazioni, luoghi comuni e qualunquismo.

Comunque, a proposito di insegnanti fancazzisti, leggete quello che scrive Mila Spicola, un’insegnante ex precaria di scuola media a Palermo autrice di La scuola s’è rotta.

Links for 2011-06-06

Modello Macerata o modello Milano. Ovvero il paradosso del calabrone | Ilda Curti

Il gioco della gherminella | Pippo Civati

 

 

I referendum: quando un sì o un no non bastano

La premessa: alla consultazione referendaria del 12 e 13 giugno sicuramente contribuirò alla formazione del quorum e dirò 2 sì convinti (nucleare e legittimo impedimento), un sì abbastanza convinto come male minore (scheda rossa: quesito sulla gestione dei servizi pubblici a rilevanza economica, tra cui i servizi idrici) e un sì “politico” (scheda gialla: quesito sulla possibilità di trarre profitti dalla gestione dei servizi idrici).

A mio modesto avviso, i due quesiti sulla cosiddetta privatizzazione dell’acqua avrebbero meritato una discussione e un approfondimento che lo strumento referendario non permettono, o che sarebbero pure possibili, ma solo in un paese normale quale il nostro, oggi, non è. D’altra parte il fatto che la campagna referendaria sia da subito partita con la parola d’ordine “no alla privatizzazione dell’acqua” quando nè la proprietà delle risorse (il che è ovvio!) e delle infrastrutture nè la natura pubblica del servizio sono mai state messe in discussione, è molto significativo di come, anche nel mio schieramento politico, si viaggi per eccessive semplificazioni e per parole d’ordine.

Ma siccome l’obbiettivo di questo post non è esporre la mia modesta posizione (di cui può fregare poco o nulla), ma provare a mostrare, certamente in modo non proprio neutrale, lo ammetto,  le complessità che si nascondono dietro dei semplici sì o no, mi sembra che un buon compendio sia quello che trovate qui (IlPost), mentre, per un approccio molto articolato e “economicamente” fondato, vale la pena rimboccarsi le maniche e leggere questo e questo (lavoce.info).

La Repubblica monarchica

e dai, piantiamola con queste stronzate!

I giovani e Milano

I giovani valgono, elettoralmente parlando, 4 milioni di voti a livello nazionale (vado a memoria). Pochi o tanti che siano e indipendentemente da considerazioni circa la loro importanza dal punto di vista di ciò che politicamente rappresentano (banalizzando e ricorrendo ad un luogo comunissimo: l’Italia tra 20 anni), i conti con loro, con i loro linguaggi, con i loro strumenti di informazione bisogna farli, e a maggior ragione deve farli un partito che ha, giustamente, l’ambizione di definirsi progressista e che ha a cuore il futuro del nostro paese. Certo, per quelli come me che viaggiano ormai verso i 50 e oltre, sembra quasi una missione impossibile, ma … costruire spazi che favoriscano il “protagonismo giovanile” credo sia ormai un imperativo. Soprattutto perché la cosiddetta questione generazionale è ormai il paradigma di buona parte dei problemi di questo nostro paese (classi dirigenti, non solo politiche, perpetue, precariato, lavoro, scuola etc).

A questo riguardo, mi sembra che il successo milanese del csx e di Pisapia vada analizzato attentamente, come fanno quelli di Termometro politico e, in direzione solo apparentemente contraria, Luca Sofri. Aggiungo che forse non è del tutto casuale che si sia vinto dopo 20 anni a Milano, dove, tra i tanti fattori, va segnalato che il PD negli ultimi 2 anni ha saputo rinnovare un bel pezzo della sua classe dirigente (Cornelli, Laforgia, Maiorino, Maran etc etc docent).

Tutto semplice, tutto facile

Giusto per non dimenticarci in che condizioni viviamo e che la scuola non è un mondo a parte, forse sono utili queste due notiziole e le semplici considerazioni de Lo Scorfano.