E’ difficile, ma si può fare

“Non credo che privatizzare sempre e comunque sia sensato; la stessa dieta potrebbe non funzionare per tutti. Ma occorre una serena riflessione, aperta e senza pregiudizi sui confini opportuni tra pubblico e privato. Senza disperdere risorse, senza ideologie e preconcetti, per fare meglio quello che il comune deve fare.”  C. Scarpa – Lavoce.info

Ecco, anche se dopo l’esito degli ultimi referendum tutto sarà molto più difficile (perché, ricordiamocelo, i quesiti “sull’acqua pubblica” avranno effetti anche su una serie di altri servizi pubblici), credo che tutti i Comuni debbano iniziare ad affrontare la questione di fondo: ha senso oggi mantenere quote di partecipazione, e quindi risorse finanziarie immobilizzate, in imprese che, come tutte le imprese, comportano una serie di competenze e di rischi che forse un Comune non ha (le competenze) e non può e non deve più permettersi (i rischi)?

Anche nella cittadina dove vivo abbiamo 3 aziende partecipate dal Comune che, nonostante i positivi sforzi degli ultimi due anni, proprio non brillano dal punto di vista “aziendale” e che costituiscono una eredità di scelte politiche fatte da altri. Mi chiedo: ha senso continuare a “subire” scelte altrui, peraltro ai tempi criticate, mettendo pezze più o meno colorate per garantirne la sopravvivenza, al massimo ragionando solo su cosa fare di una partecipata piuttosto che dell’altra senza una visione d’insieme, una strategia che tenga conto dei sempre più stringenti vincoli di finanza pubblica locale e di cosa significhi gestire una servizio pubblico nel contesto specifico in cui esso viene offerto e utilizzato dalla comunità?

E’ possibile che una riflessione del genere, calata nelle situazioni concrete, confermi la bontà dello status quo. Può darsi (e non lo dico retoricamente, davvero). Può darsi anche di no.  A prescindere da quale possa essere il punto di arrivo e se questo ci piacerà o meno, mi sembra comunque fondamentale iniziare ad approfondire il tema senza demagogia e senza tesi preconfezionate da dimostrare. Gli anni ’60 furono gli anni delle nazionalizzazioni sull’onda dei “fallimenti del mercato”, poi vennero la Thatcher e Reagan con il liberismo e le privatizzazioni sfrenate degli anni ’80 e ’90 (i “fallimenti del pubblico”); le municipalizzate e le loro derivazioni hanno sicuramente svolto un ruolo importante nella definizione e nella gestione delle politiche sociali ed economiche locali  del XX secolo. E adesso che si fa? Vogliamo semplicemente ripercorrere, acriticamente e senza tener conto di come il mondo intorno a noi sia cambiato radicalmente, strade già percorse, che avevano un senso in determinati momenti storici, ma che oggi forse andrebbero rilette, reinterpetate, aggiornate e ripensate?

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