Monthly Archives: marzo 2012

Ma ci sono o ci fanno?

L’ accordo sulla riforma elettorale, a mio parere, è l’esemplificazione di quello che la classe dirigente dei maggiori partiti italiani è in grado di produrre oggi: il nulla nella migliore delle ipotesi, pasticci e porcherie nella peggiore.

Se dovesse mai arrivare in porto per come è descritta oggi sui giornali, siamo di fronte ad un maialinum (definizione civatiana), il cui unico scopo sarebbe parare il culo a ABC (di più ad A e C, meno a B).  Se, come spero, verrà modificata (ma qui ci vorrebbe uno stravolgimento) resta un problema grosso come una casa: il tentativo iniziale è l’ennesimo segnale, l’ennesima giustificazione della distanza intergalattica che separa i cittadini dai partiti. E poi chi è che alimenta l’antipolitica? Anzi, chi è che fa antipolitica?

Una domanda ai dirigenti del Pd per concludere: ma abbiamo sostenuto (l’abbiamo sostenuta, vero?) la richiesta di referendum abrogativi del porcellum per poi partorire questa schifezza? Così, giusto per sapere.

PS: una delle chicche dell’accordo è l’ “avvio del superamento del bicameralismo perfetto”. Ma mi faccia il piacere!

Matteo Renzi

Renzi sarà pure tutto quello che sostengono i suoi molti detrattori, compresi molti miei amici, ma, non so perché, riesce spesso ad andare al cuore dei problemi e a dire cose molto sensate. A mio modestissimo parere, ovviamente. La sua intervista di oggi alla Stampa ne è un esempio.

Ce la possiamo fare?

A proposito di riforma del mercato del lavoro, il Pd poteva scegliere tra le tante, forse troppe, proposte già elaborate al suo interno: ddl Nerozzi, ddl Ichino, quelle più “socialdemocratiche” di Fassina. E invece all’ultimo momento ci si inventa un modello tedesco, pur di non scontentare la Cgil e di non assumersi responsabilità politiche autonome. Bene, avanti così che il muro è sempre più vicino.

Le scelte per la scuola di una giunta (di centrosinistra)

Nel mio paesello sta montando la polemica sulla opportunità di investire somme importanti nella scuola statale.

La faccio breve: sembra che l’attuale amministrazione di centrosinistra abbia deciso di investire 450mila euro per l’ampliamento di una delle scuole statali dell’infanzia del territorio; questo a seguito della creazione di una sezione aggiuntiva, cosa peraltro già realizzata un anno fa, conseguente alla scelta dei genitori a favore, appunto, della materna statale. L’opposizione di centrodestra (ma non solo), dopo aver criticato la decisione, forse un po’ frettolosa e avventata, dell’Istituto scolastico interessato di dare vita alla sezione aggiuntiva, adesso accusa la giunta comunale di sprecare i soldi della comunità. In particolare sostiene l’enormità della spesa in rapporto a ciò che si andrà a realizzare, l’inutilità dell’investimento in rapporto alle capacità di accoglienza del sistema scolastico dell’infanzia presente sul territorio (ci sono anche le paritarie private) e al prevedibile andamento futuro della natalità. Più in generale l’opposizione (e forse non solo) accusa la giunta di muoversi sulla base di pregiudizi ideologici (scuola statale vs. scuola paritaria privata).

Questi in estrema sintesi i fatti.

Per quanto riguarda il merito delle questioni specifiche, che conosco molto poco, dico solo che far riferimento al tasso di natalità potrebbe essere fuorviante: la valutazione dell’andamento della natalità va considerata congiuntamente ai flussi migratori. Casca a fagiolo questa notizia.

Quello che più mi interessa riguarda, per così dire, il piano generale della vicenda.

L’edilizia scolastica è un settore strategico della vita scolastica e della comunità. Sono anni che i nostri figli “fanno scuola” in strutture inadeguate, sia dal punto di vista strutturale (ad esempio numero alunni in rapporto a dimensione degli spazi), sia da quello educativo. E già, perché il modo con cui si educano i figli dipende anche dalle strutture in cui l’educazione viene impartita. Ora, non dico che vorrei vedere domani a Novate edifici scolastici come quelli di cui parlavo qui qualche settimana fa, ma se un’amministrazione interviene per migliorare una delle strutture scolastiche esistenti rendendola più vivibile per i bambini e per chi ci lavora, penso che dovremmo essere solo contenti.

Certo, si dirà che è inutile spendere tanti soldi per una scuola statale quando ci sono le paritarie private che possono assolvere la stessa funzione a costi più bassi (è vero, c’è poco da dire). Però mi piacerebbe che quando si parla di scuola, la discussione non si riducesse solo a valutazioni economiche, come ultimamente troppo spesso accade da troppe parti. Perché non parliamo seriamente anche di qualità dell’offerta educativa complessiva e comparata tra statali e paritarie private? Perché non affrontiamo seriamente il nodo dei controlli e delle verifiche sostanziali delle attività svolte dalle scuole private? Perché non si ha il coraggio di dire che spesso, per motivi che qui non mi interessa indagare, ad esempio il raccordo tra materne paritarie e elementari è monco e nelle segnalazioni dei profili dei bambini che escono dalle materne paritarie vengono omesse le problematicità personali con conseguente inadeguatezza nella formazione delle classi della I elementare, difficoltà di gestione delle stesse e assenza del necessario supporto specialistico?

Infine un’ultima annotazione riguardo il pregiudizio ideologico che muoverebbe i fautori della scuola statale; è vero, ce n’è molto in giro e non mi piace. Ma, appunto, ce n’è da tutte le parti, e in una regione come la Lombardia e in un paese come Novate non posso dimenticare il ruolo dominante di una certa organizzazione e dei suoi rappresentanti che faccio molta fatica a definire laica, non ideologica.

PS: l’organizzazione in questione è Comunione e Liberazione, ovviamente. I suoi rappresentanti sono tanti e tutti molto noti: evito di citarli per non scontentare qualcuno a causa delle inevitabili omissioni di cui sarei vittima.

Al centro della nostra azione

“Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un’idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell’Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento. La cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell’azione di governo. Dell’intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d’uscita.”

Questo è uno dei passaggi a mio parere più significativi del manifesto pubblicato sul Domenicale de Il Sole 24 Ore del 19 febbraio scorso con il titolo Niente cultura, niente sviluppo per una costituente della cultura. Lo trovate qui.

Oltre all’appello/manifesto ci sono anche molti contributi.

Da leggere, da sottoscrivere, da discutere e da diffondere.

PS: lo so che la segnalazione arriva un po’ in ritardo, ma è un documento che guarda al lungo periodo e non un instant book

La scuola, una e indivisibile

Qualche giorno fa, a cena da amici, ho scoperto con piacere che nella scuola dei miei figli un gruppo di genitori ha deciso di armarsi di scala, vernice e pennelli per imbiancare l’aula dei loro bambini. Iniziativa meritoria, visti i tempi grami che i bilanci della scuola pubblica  e dei Comuni si trovano a vivere, no?

Però, continuando la chiacchierata, al primo sentimento di gioia (genitori che hanno voglia di fare cose per la scuola, di partecipare, di dare l’esempio e cose così), si è velocemente sovrapposta l’idea che … c’è un però!

Ormai le cronache sono, ahimè, piene di scuole in cui i genitori, oltre a pagarsi fotocopie, risme di carta, cancelleria, carta igienica (la ormai mitica carta igienica; per me è diventata quasi un luogo della mente), gite didattiche etc, si organizzano per imbiancare … le scuole. Appunto, si parla di scuola e non delle singole aule dei propri bambini. E la differenza è sostanziale. Perché la scuola non inizia e finisce in un’aula (almeno nella “ricca” Lombardia), casomai proprio quella dei miei figli. Perché gli stessi miei figli  è vero che trascorrono un bel pezzo della loro settimana scolastica in un’aula, ma un altro pezzo non proprio trascurabile lo trascorrono in mensa, in giardino (tempo permettendo), nel laboratorio di informatica, in biblioteca, in palestra, in bagno, nelle aule di altre classi in cui sono smistati quando manca un/una maestro/a. In altre parole la scuola, almeno quella pubblica, non è una e trina, è solo una.

Allora chiedo: non sarebbe “più bello” che i genitori, anziché procedere in ordine sparso e in una logica “individualistica”, raccolgano le forze, coinvolgano gli organismi deputati (brutto termine, sa di burocratese, lo so, però ci siamo capiti) quali il Consiglio di Istituto, l’Amministrazione Comunale, che in fin dei conti ha pur sempre qualche interesse e qualcosa da dire e da dare in merito, e, tutti insieme si faccia gradualmente (mica noi genitori siamo una impresa edile!) una scuola, e non una sola aula, più bella che pria?