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Le scelte per la scuola di una giunta (di centrosinistra)

Nel mio paesello sta montando la polemica sulla opportunità di investire somme importanti nella scuola statale.

La faccio breve: sembra che l’attuale amministrazione di centrosinistra abbia deciso di investire 450mila euro per l’ampliamento di una delle scuole statali dell’infanzia del territorio; questo a seguito della creazione di una sezione aggiuntiva, cosa peraltro già realizzata un anno fa, conseguente alla scelta dei genitori a favore, appunto, della materna statale. L’opposizione di centrodestra (ma non solo), dopo aver criticato la decisione, forse un po’ frettolosa e avventata, dell’Istituto scolastico interessato di dare vita alla sezione aggiuntiva, adesso accusa la giunta comunale di sprecare i soldi della comunità. In particolare sostiene l’enormità della spesa in rapporto a ciò che si andrà a realizzare, l’inutilità dell’investimento in rapporto alle capacità di accoglienza del sistema scolastico dell’infanzia presente sul territorio (ci sono anche le paritarie private) e al prevedibile andamento futuro della natalità. Più in generale l’opposizione (e forse non solo) accusa la giunta di muoversi sulla base di pregiudizi ideologici (scuola statale vs. scuola paritaria privata).

Questi in estrema sintesi i fatti.

Per quanto riguarda il merito delle questioni specifiche, che conosco molto poco, dico solo che far riferimento al tasso di natalità potrebbe essere fuorviante: la valutazione dell’andamento della natalità va considerata congiuntamente ai flussi migratori. Casca a fagiolo questa notizia.

Quello che più mi interessa riguarda, per così dire, il piano generale della vicenda.

L’edilizia scolastica è un settore strategico della vita scolastica e della comunità. Sono anni che i nostri figli “fanno scuola” in strutture inadeguate, sia dal punto di vista strutturale (ad esempio numero alunni in rapporto a dimensione degli spazi), sia da quello educativo. E già, perché il modo con cui si educano i figli dipende anche dalle strutture in cui l’educazione viene impartita. Ora, non dico che vorrei vedere domani a Novate edifici scolastici come quelli di cui parlavo qui qualche settimana fa, ma se un’amministrazione interviene per migliorare una delle strutture scolastiche esistenti rendendola più vivibile per i bambini e per chi ci lavora, penso che dovremmo essere solo contenti.

Certo, si dirà che è inutile spendere tanti soldi per una scuola statale quando ci sono le paritarie private che possono assolvere la stessa funzione a costi più bassi (è vero, c’è poco da dire). Però mi piacerebbe che quando si parla di scuola, la discussione non si riducesse solo a valutazioni economiche, come ultimamente troppo spesso accade da troppe parti. Perché non parliamo seriamente anche di qualità dell’offerta educativa complessiva e comparata tra statali e paritarie private? Perché non affrontiamo seriamente il nodo dei controlli e delle verifiche sostanziali delle attività svolte dalle scuole private? Perché non si ha il coraggio di dire che spesso, per motivi che qui non mi interessa indagare, ad esempio il raccordo tra materne paritarie e elementari è monco e nelle segnalazioni dei profili dei bambini che escono dalle materne paritarie vengono omesse le problematicità personali con conseguente inadeguatezza nella formazione delle classi della I elementare, difficoltà di gestione delle stesse e assenza del necessario supporto specialistico?

Infine un’ultima annotazione riguardo il pregiudizio ideologico che muoverebbe i fautori della scuola statale; è vero, ce n’è molto in giro e non mi piace. Ma, appunto, ce n’è da tutte le parti, e in una regione come la Lombardia e in un paese come Novate non posso dimenticare il ruolo dominante di una certa organizzazione e dei suoi rappresentanti che faccio molta fatica a definire laica, non ideologica.

PS: l’organizzazione in questione è Comunione e Liberazione, ovviamente. I suoi rappresentanti sono tanti e tutti molto noti: evito di citarli per non scontentare qualcuno a causa delle inevitabili omissioni di cui sarei vittima.

La scuola, una e indivisibile

Qualche giorno fa, a cena da amici, ho scoperto con piacere che nella scuola dei miei figli un gruppo di genitori ha deciso di armarsi di scala, vernice e pennelli per imbiancare l’aula dei loro bambini. Iniziativa meritoria, visti i tempi grami che i bilanci della scuola pubblica  e dei Comuni si trovano a vivere, no?

Però, continuando la chiacchierata, al primo sentimento di gioia (genitori che hanno voglia di fare cose per la scuola, di partecipare, di dare l’esempio e cose così), si è velocemente sovrapposta l’idea che … c’è un però!

Ormai le cronache sono, ahimè, piene di scuole in cui i genitori, oltre a pagarsi fotocopie, risme di carta, cancelleria, carta igienica (la ormai mitica carta igienica; per me è diventata quasi un luogo della mente), gite didattiche etc, si organizzano per imbiancare … le scuole. Appunto, si parla di scuola e non delle singole aule dei propri bambini. E la differenza è sostanziale. Perché la scuola non inizia e finisce in un’aula (almeno nella “ricca” Lombardia), casomai proprio quella dei miei figli. Perché gli stessi miei figli  è vero che trascorrono un bel pezzo della loro settimana scolastica in un’aula, ma un altro pezzo non proprio trascurabile lo trascorrono in mensa, in giardino (tempo permettendo), nel laboratorio di informatica, in biblioteca, in palestra, in bagno, nelle aule di altre classi in cui sono smistati quando manca un/una maestro/a. In altre parole la scuola, almeno quella pubblica, non è una e trina, è solo una.

Allora chiedo: non sarebbe “più bello” che i genitori, anziché procedere in ordine sparso e in una logica “individualistica”, raccolgano le forze, coinvolgano gli organismi deputati (brutto termine, sa di burocratese, lo so, però ci siamo capiti) quali il Consiglio di Istituto, l’Amministrazione Comunale, che in fin dei conti ha pur sempre qualche interesse e qualcosa da dire e da dare in merito, e, tutti insieme si faccia gradualmente (mica noi genitori siamo una impresa edile!) una scuola, e non una sola aula, più bella che pria?

La metafora del deejay

Un po’ di tempo fa avevo letto con molto interesse alcune ipotesi di Luca Sofri sul ruolo del deejay nella politica attuale. Ora la riflessione di Sofri si amplia al mondo dei social network: allargamento del discorso facile e quasi ovvio, direte  voi, se si pensa a come vengono sempre più usati la rete, Facebook, Twitter etc.

Un po’ meno prevedibile e molto audace, intrigante e innovativo è invece l’accostamento degli insegnanti ai deejay, che il nostro Sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria (ri)propone , prendendo spunto da questo post di Elena Favilli.

Insomma, la musica che contamina la politica, la comunicazione, la scuola e l’educazione. Siamo sempre più in un mondo dove di contenuti, idee e sollecitazioni ce ne sono tante (forse troppe?): basta avere competenze, curiosità e voglia di cercarle. Il problema allora è avere / essere persone in grado di intercettarle, valutarle sul piano qualitativo e selezionarle.

Forse non sarà domani

Gli spazi aperti trasformano il sistema educativo danese: è la traduzione, più o meno letterale, del titolo di un articolo del WSJ ripreso e sintetizzato qui da IlPost.

Facendo ovvi paragoni con la situazione italiana, tre cose mi sono venute quasi immediatamente alla mente:

– test e valutazioni possono essere strumenti utilissimi: dipende dall’uso che se ne vuol fare (o che non se ne vuole fare)

– la necessità di un ripensamento del sistema educativo nel suo complesso

– il cambiamento della cassetta degli attrezzi: strumentazione e, appunto, spazi

Lo so, in Italia parlare di scuola e di edilizia scolastica vuol dire spesso parlare di realtà dove si fa scuola in appartamenti in condominio o in strutture centenarie fatiscenti.  E allora? Siccome credo che la (ri)costruzione di un futuro passa attraverso progetti apparentemente visionari e irrealizzabili, e siccome per i miei figli vorrei qualcosa di meglio di quanto si devono sorbire oggi per 8 ore al giorno per 10 mesi all’anno … pensiamo in grande!

Casomai non sarà domani, neppure dopodomani e nemmeno tra 10 anni; casomai sarà per i loro figli, ma … prima ci muoviamo e prima quel giorno arriverà.

PS: guardatevi la foto sul WSJ  di una di queste nuove scuole danesi e morite d’invidia con me!

La panchina metaforica

Molti insegnanti e maestri lo sanno benissimo, forse ne sono meno convinti molti genitori: le sospensioni e le punizioni fini a se stesse a scuola (ma non solo lì) servono a poco. Servono ancora meno quando, sul piano soggettivo,  si ha a che fare con coloro che sono già a rischio di esclusione/espulsione dai contesti di riferimento per  i motivi più vari e, sul piano oggettivo, in un sistema scolastico come il nostro fortemente caratterizzato dal fenomeno dell’abbandono precoce.

Leggete cosa propone il neo sottosegretario Marco Rossi Doria: io la chiamerei sospensione attiva su una panchina metaforica. Che poi intellettuali (non solo loro, intendiamoci) molto seguiti ultimamente anche a sinistra come Paola Mastrocola abbiano da ridire non mi meraviglia: le soluzioni facili facili sono sempre le più popolari e non a caso piacciono molto a chi, come quelli del Giornale, hanno un’idea della scuola e dell’educazione non proprio “progressista”.

A proposito: sarebbe bello che in un futuro governo di centrosinistra (semmai ce ne sarà uno) fosse lui, Marco Rossi Doria, il Ministro dell’Istruzione: ha competenza, storia, esperienza e capacità di guardare avanti (senza facili demagogie passatiste) da vendere.

La Gelmini, Repubblica e le bocciature

La notizia sarebbe questa: la pretesa maggior severità della scuola italiana ai tempi della Gelmini è una bufala basata su dati più o meno taroccati.

Che la Gelmini sia lì, al MIUR, a vendere fumo e a fare propaganda non ci piove.  Speriamo solo che a breve lei e i suoi amici tolgano il disturbo.

Detto questo però, nella mia ignoranza e senza dati disponibili, chiedo un po’ retoricamente ma molto umilmente:

1) i dati riportati da Repubblica mi pare si riferiscano ai primi 4 anni di scuola superiore considerati nel loro insieme; cosa viene fuori se, ad esempio, raffrontiamo il trend delle bocciature nelle sole prime classi delle superiori?

2) quali sono i dati delle bocciature nelle scuole medie inferiori sempre negli ultimi anni? Repubblica non ne parla.

3) cosa succede in Italia, sempre a proposito di bocciature, in confronto agli altri paesi dell’OCSE? Così, tanto per sapere se siamo più o meno severi degli “altri”.

Quello che vorrei dire è che smascherare la manipolazione dei dati fatta a fini puramente propagandistici va bene, dopodicché vorrei anche capire se ci interessa di più smascherare le menzogne di questo governo di incompetenti o invece crediamo che, per ricostruire il nostro sistema scolastico, i cui mali non nascono tutti con l’avvento della Gelmini, dobbiamo prioritariamente affrontare, tanto per rimanere in tema, i problemi della dispersione scolastica (se non sbaglio, siamo intorno al 20%), del significato e dell’utilità di misure draconiane come la bocciatura.

E poi scusate: quando la Gelmini recita la parte di colei che ha reintrodotto la selezione, noi giù a criticare (giustamente, dico io) perché così non si risolvono i problemi e le loro cause, salvo poi, quando viene smentita dai fatti (i dati di oggi), continuare a criticarla perché non è stata in grado di aumentare una selezione finora da noi contestatissima? Ma questo potrebbe essere l’argomento di un altro post sulla coerenza e sulla qualità di certa informazione.

Mmmah …

Da quanto ho capito (e casomai qualcosa mi sfugge) leggendo questo e questo, mi chiedo, anche semplicisticamente, lo ammetto, se il problema siano i i test INVALSI o chi al Ministero (Gelmini capintesta) sono chiamati a gestirli.

Quello che più mi spaventa, come genitore e come cittadino, non è l’introduzione di uno dei tanti possibili e migliorabili strumenti di valutazione, quanto sapere che la scuola e le cosiddette riforme epocali (sì, buonanotte) siano in mano ad una manica di incapaci. Ma tanto lo sappiamo: la testa della nuova scuola gelminiana è in via XX settembre e non in v.le Trastevere; e non è per niente una consolazione …

Una considerazione sconsolata

Nei giorni scorsi si è scatenata una mezza bagarre via email all’interno di un gruppo di discussione a proposito di insegnanti fannulloni, tagli alla scuola pubblica, richieste di “volontariato” ai suddetti insegnanti fannulloni, etc etc etc. La cosa a mio parere più carina è stata che colui che aveva lanciato la provocazione (che riassumo così: le insegnanti dovrebbero smettere di lamentarsi, dovrebbero rimboccarsi le maniche e fare ore aggiuntive non pagate), una volta visto che le risposte non erano proprio favorevoli – e d’altra parte voglio pure vedere-, ha pensato bene di mandarci tutti a quel paese sostenendo che fosse un insulto all’intelligenza che persone -gli insegnanti che erano intervenute nella discussione- che hanno due mesi di ferie all’anno si lamentassero. Fine delle comunicazioni.

Di fronte ad un simile comportamento, la mia prima reazione è stata di irritazione, tipo: eccone un altro (“il provocatore”) che se non la pensi come lui, ti sputa in faccia e se va. D’altra parte adesso mi viene da pensare che, forse, dobbiamo anche trovare il modo di interloquire e farci capire non da chi già ci capisce (convincere di una tesi chi già ne è convinto non serve a niente, se non a consolarci), ma principalmente da chi finora non ha capito, non sa, fa finta di non capire e non sapere. Altrimenti saremo sempre i soliti quattro gatti a suonarcela e cantarcela. E la scuola non merita di essere trattata da quattro gatti e maltrattata da un’orda di lupi famelici affamati di preconcetti, generalizzazioni, luoghi comuni e qualunquismo.

Comunque, a proposito di insegnanti fancazzisti, leggete quello che scrive Mila Spicola, un’insegnante ex precaria di scuola media a Palermo autrice di La scuola s’è rotta.

Tutto semplice, tutto facile

Giusto per non dimenticarci in che condizioni viviamo e che la scuola non è un mondo a parte, forse sono utili queste due notiziole e le semplici considerazioni de Lo Scorfano.

In Finlandia fanno così

Certo, le condizioni socio-economiche sono completamente diverse, ma non potremmo imparare qualcosa anche dalla Finlandia? Il Post ha pubblicato una interessante sintesi dei principali elementi del sistema scolastico di quel paese prendendo spunto da un articolo dell’Independent. Stiamo parlando di uno dei modelli scolastici di maggiore successo secondo i dati OCSE PISA (anche se non tutti sono d’accordo circa la sua reale eccellenza).