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Noi e il M5S

Ormai, nel bene e nel male, siamo al trionfo (annunciatissimo) di Grillo e del M5S. Eppure tanto tempo fa qualcuno, anche tra i nostri, aveva provato a porre all’attenzione del dibattito la questione. Ma niente, avere la vista lunga e le antenne dritte in testa non sono virtù proprie della nostra classe dirigente politica.

Allora, prima di ritrovarci di fronte ad una riedizione di quanto visto un po’ di anni fa (una ventina, direi) con altri movimenti e altre formazioni politiche nuove (o sedicenti tali), forse è il caso di informarsi e non chiacchierare per sentito dire e stereotipi.

Tutta questa lunga premessa per dire che mi sembra una bella cosa quanto stanno facendo quelli de iMille.org i quali, partendo dai singoli punti del programma M5S, ne propongono a puntate un’analisi di merito. Comunque la si pensi, è un tentativo di discutere di idee e non di luoghi comuni e inciuci.

Per ora si è parlato di:

1) Energia

2) Stato e cittadini

3) Istruzione, Università e Ricerca

Buona lettura!

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10:1

L’altra sera si parlava di antipolitica, di finanziamento pubblico ai partiti etc etc con gli amici del circolo PD del mio paese.

Prendendo spunto da questo contributo di Boeri e Bordignon (leggetelo, è molto, molto interessante), mi domando se l’antipolitica sia solo (si fa per dire) una reazione ai cattivi comportamenti della “politica” o, come sostiene ad esempio Serra, un modo utilizzato dalla “politica” per bollare tutto ciò che non si vuole o non si riesce a capire; e sarebbe forse ancora peggio.

Perché hai voglia a gridare alla demagogia dei Grillo di turno, ma qualcuno deve spiegare, se è capace, perché un rimborso elettorale si trasforma per quattro quinti in un contributo a fondo perduto ai partiti; qualcuno deve spiegare perché il mio partito spende 18 milioni di euro per le elezioni 2008  e ne riceve in cambio dallo Stato 180 milioni, 10 volte tanto!

E non si dica che lo stesso discorso vale per il PD come per gli altri partiti: sarebbe la conferma di ciò che sostengono gli antipolitici come Grillo, ovvero che “tanto tutti uguali sono”, e noi non vogliamo esserlo, vero?

Ma ci sono o ci fanno?

L’ accordo sulla riforma elettorale, a mio parere, è l’esemplificazione di quello che la classe dirigente dei maggiori partiti italiani è in grado di produrre oggi: il nulla nella migliore delle ipotesi, pasticci e porcherie nella peggiore.

Se dovesse mai arrivare in porto per come è descritta oggi sui giornali, siamo di fronte ad un maialinum (definizione civatiana), il cui unico scopo sarebbe parare il culo a ABC (di più ad A e C, meno a B).  Se, come spero, verrà modificata (ma qui ci vorrebbe uno stravolgimento) resta un problema grosso come una casa: il tentativo iniziale è l’ennesimo segnale, l’ennesima giustificazione della distanza intergalattica che separa i cittadini dai partiti. E poi chi è che alimenta l’antipolitica? Anzi, chi è che fa antipolitica?

Una domanda ai dirigenti del Pd per concludere: ma abbiamo sostenuto (l’abbiamo sostenuta, vero?) la richiesta di referendum abrogativi del porcellum per poi partorire questa schifezza? Così, giusto per sapere.

PS: una delle chicche dell’accordo è l’ “avvio del superamento del bicameralismo perfetto”. Ma mi faccia il piacere!

Matteo Renzi

Renzi sarà pure tutto quello che sostengono i suoi molti detrattori, compresi molti miei amici, ma, non so perché, riesce spesso ad andare al cuore dei problemi e a dire cose molto sensate. A mio modestissimo parere, ovviamente. La sua intervista di oggi alla Stampa ne è un esempio.

Ce la possiamo fare?

A proposito di riforma del mercato del lavoro, il Pd poteva scegliere tra le tante, forse troppe, proposte già elaborate al suo interno: ddl Nerozzi, ddl Ichino, quelle più “socialdemocratiche” di Fassina. E invece all’ultimo momento ci si inventa un modello tedesco, pur di non scontentare la Cgil e di non assumersi responsabilità politiche autonome. Bene, avanti così che il muro è sempre più vicino.

Al centro della nostra azione

“Se vogliamo davvero ritornare a crescere, se vogliamo ricominciare a costruire un’idea di cultura sopra le macerie che somigliano assai da vicino a quelle da cui è iniziato il risveglio dell’Italia nel secondo dopoguerra, dobbiamo pensare a un’ottica di medio-lungo periodo in cui lo sviluppo passi obbligatoriamente per la valorizzazione dei saperi, delle culture, puntando in questo modo sulla capacità di guidare il cambiamento. La cultura e la ricerca innescano l’innovazione, e dunque creano occupazione, producono progresso e sviluppo. La cultura, in una parola, deve tornare al centro dell’azione di governo. Dell’intero Governo, e non di un solo ministero che di solito ne è la Cenerentola. È una condizione per il futuro dei giovani. Chi pensa alla crescita senza ricerca, senza cultura, senza innovazione, ipotizza per loro un futuro da consumatori disoccupati, e inasprisce uno scontro generazionale senza vie d’uscita.”

Questo è uno dei passaggi a mio parere più significativi del manifesto pubblicato sul Domenicale de Il Sole 24 Ore del 19 febbraio scorso con il titolo Niente cultura, niente sviluppo per una costituente della cultura. Lo trovate qui.

Oltre all’appello/manifesto ci sono anche molti contributi.

Da leggere, da sottoscrivere, da discutere e da diffondere.

PS: lo so che la segnalazione arriva un po’ in ritardo, ma è un documento che guarda al lungo periodo e non un instant book

Il dito e la luna

Riassunto delle ultime puntate.
La discussione e la soluzione della questione Ici per gli enti ecclesiastici la stiamo subappaltando a Monti.
Sulla questione riforma del mercato del lavoro ha più coraggio il succitato di noi.
Per quanto riguarda il”fronte interno”, a Genova è andata come sappiamo, nel Lazio (questione segreteria regionale) sta andando in un certo modo , a Palermo si bara (sembra).
Domandina retorica: vogliamo continuare a guardare il dito  ignorando la luna?
Ps.: per il riassunto delle puntate meno recenti ci vorrebbe un libro e non un post.
Ps2: la prima persona pl. siamo noi del PD, ovviamente

La metafora del deejay

Un po’ di tempo fa avevo letto con molto interesse alcune ipotesi di Luca Sofri sul ruolo del deejay nella politica attuale. Ora la riflessione di Sofri si amplia al mondo dei social network: allargamento del discorso facile e quasi ovvio, direte  voi, se si pensa a come vengono sempre più usati la rete, Facebook, Twitter etc.

Un po’ meno prevedibile e molto audace, intrigante e innovativo è invece l’accostamento degli insegnanti ai deejay, che il nostro Sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria (ri)propone , prendendo spunto da questo post di Elena Favilli.

Insomma, la musica che contamina la politica, la comunicazione, la scuola e l’educazione. Siamo sempre più in un mondo dove di contenuti, idee e sollecitazioni ce ne sono tante (forse troppe?): basta avere competenze, curiosità e voglia di cercarle. Il problema allora è avere / essere persone in grado di intercettarle, valutarle sul piano qualitativo e selezionarle.

Ogni momento è il momento sbagliato

Convivo felicemente da 20 anni con la mia compagna, abbiamo 2 figli e, finora, non abbiamo mai sentito la necessità di ufficializzare questa unione. Sarà che l’altro giorno ho superato la soglia dei 50 anni, ma è un po’ che, per tutta una serie di motivi facilmente immaginabili (tra cui i figli), stiamo pensando al matrimonio (da non credenti) civile.

Va be’, fatelo, si dirà! Certo, ma non è questo il problema.

E una volta perché i tempi non sono maturi, un’altra volta perché non si possono urtare le sensibilità dei cattolici, adesso perché le urgenze sono altre, quello che per me e la mia compagna è un problema facilmente risolvibile, per altre coppie no.

Che dite, passata la buriana, arriverà il momento in cui affrontiamo e risolviamo il problema delle unioni civili per tutti e per tutte?

Roma e le responsabilità politiche

Come era facile immaginare, oggi spopolano link, commenti, status etc relativi all’intervista di Carlo Bonini al black blok della manifestazione di sabato scorso.

Siccome non mi interessa avere la conferma che gli stronzi sono stronzi, e che le anime belle devono smetterla di fare le anime belle perché tali non sono (quasi ovvio per me), mi è sembrato molto, ma molto più interessante questo contributo di Andrea Cortellessa, da cui estrapolo un passaggio:

“Quello che non avevamo messo a fuoco sino a ieri (ma il 14 dicembre poteva bastare) è che i Neri non sono più isolati. E non sono più isolabili. Questo pure è un dato politico che non vedere, come insiste a non voler vedere l’informazione generalista, nella migliore delle ipotesi è cieco. Se dieci anni fa i Neri erano pochi e isolabili, e ora sono tanti e non isolabili, è perché in questi dieci anni sono riusciti ad aggregare. Hanno preso e portato con sé migliaia di giovani (e giovanissimi) che non si limitano più a lamentarla, la propria assenza di futuro: la vivono, e la rappresentano, nel solo modo che sia stato loro lasciato. Cioè spaccando tutto.

La responsabilità politica, di questo isolamento, è evidente. Dei partiti della cosiddetta opposizione parlamentare, neppure mette conto parlare. Ma il Grande Sindacato di Sinistra, sfilandosi dalla manifestazione all’ultimo momento, non solo ha ribadito plasticamente una propria scelta di campo ormai a sua volta decennale (difendere solo i diritti acquisiti di pensionati e pensionandi che sono la grande maggioranza dei suoi iscritti): ha anche la responsabilità di aver lasciato centinaia di migliaia di manifestanti senza uno straccio di servizio d’ordine. Si ha un bell’idealizzare il movimento dal basso, l’auto-organizzazione. I risultati, si sono visti a San Giovanni. È stato il Disastro. E il fatto che fosse un Disastro Annunciato non lo rende meno grave – anzi.

Non capire questa dinamica ci condannerà a viverla nei prossimi anni decuplicata, centuplicata. Le piazze torneranno vuote. Torneranno a essere solo campi di battaglia.Ti sei abituato a non avere rappresentanza politica. Ti sei abituato a non ricevere nessuna proposta. Ti sei abituato a vivere senza prospettive. Forse non eri abituato a venire, per soprammercato, pure preso per il culo. Quel che è davvero intollerabile è vivere nel vuoto. Quando si fa l’esperienza del vuoto, quando la si fa davvero, ci si appiglia a qualunque cosa. In tanti, in un vuoto politico siderale che dura da dieci anni, hanno finito per appigliarsi al primo che passa. Non importa se è vestito di nero – e se ha dei comportamenti di merda.”